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Chefchaouen, 28.04.08 Chefchaouen: 56 chilometri da Tetouan, che sta a 50 chilometri da Tangeri. I bambini salutano i motociclisti che passano per strada, gli uomini li ignorano, le donne si voltano dall'altra parte, qualcuno farnetica cenni scomposti per fermare i turisti: vendono hashish.
Parlano tutti spagnolo. La cittadina è meravigliosa, sembra una Khora greca, casette bianche con le imposte azzurre; a differenza della Grecia, però, le case sono decorate con un colorino viola tutto suo, molto particolare: lo hanno importato quei profughi ebrei che sono fuggiti dalla Spagna e che hanno lasciato su Chefchaouen la loro impronta ispanica. 
Mi sono informato: nella Medina di Granada, la famosa Alhambra, ebrei e arabi vivevano fianco a fianco senza problemi: anzi, è a quel periodo che risale la cosiddetta età dell’oro della poesia medievale ebraica. Poi i Re Cattolici hanno espulso gli ebrei dalla Spagna, e questi si sono messi a colorare di viola anche le nuove case. E’ andata più o meno così.
A Chefchaouen c'erano anche Bruna e Flavio: non per caso, ma perché avevamo deciso di fare un pezzetto della nostra vacanza insieme. Poi loro avrebbero rallentato il proprio ritmo, o noi accelerato il nostro: insomma, c'è chi si è dovuto accontentare di una settimana sola e chi invece è in Marocco ancora adesso... Atterriamo all'hotel Riff, abbastanza inutile ma economico (240 Dirham per una doppia, un po' meno di 24 Euro; all'omino che fa la guardia alle nostre moto, parcheggiate in strada, va una mancetta extra).
Abbiamo molta più fortuna con il ristorante: ci fermiamo appena lo vediamo, subito all'inizio della Medina, tanto per dimostrare che, senza le moto, siamo dei culoni pesanti... Il che dopotutto conferma il sospetto che siano le nostre moto a portarci a spasso, e non viceversa. E' il ristorante Assan, ottimo e con piatti tradizionali ben fatti. E' vero, era consigliato dalla guida della Lonely, ma se è per questo ne venivano consigliati anche altri, che però non hanno avuto il buon gusto di farsi trovare subito: li lasciamo per quando torneremo in Marocco. Mmm... Per quando ci torneranno le nostre moto con noi sopra.
E' il nostro primo incontro con la tajine, che da lì in poi ci avrebbe accompagnato per quasi tutti i nostri pasti. Si tratta di un recipiente di terracotta coperto da un buffo coperchio a punta che trattiene il vapore della cottura. Noi abbiamo mangiato maqli (pollo in salsa di limone e olive) e kefta mkawra (polpettine di agnello): spettacolari. Stan, che è vegetariano, si è accontentato di un'insalatina striminzita. Nei suoi occhi è apparso come un balenio indistinto, una specie di consapevolezza che da lungo gli covava nell'animo: "lo sapevo, per la prossima settimana non mangerò più niente". Si dovrà ricredere, ma io a voi non dico ancora niente. Spendiamo 50 Dirham a testa. Fate voi i conti.  Passeggiamo un po' per la Medina, molto carina con quei suoi colori azzurri e violetti... Poi ci mettiamo sul terrazzino di un bar a bere il famoso tè alla menta. E' buonissimo: e io già mi vedevo a girare per mercatini e carretti di speziali alla ricerca di queste succulente foglioline. Ne resterò molto deluso, ve lo dico subito, almeno questo ve lo anticipo: sulle bancarelle potete trovare foglie di ogni cosa, henna, menta o che so io (non sempre ho indagato...). Ma niente tè. Per la semplice ragione che il tè marocchino si compra confezionato in pratiche scatolette che arrivano dalla Cina.
Non sto scherzando: il Marocco è il principale importatore di tè verde dalla Cina, e solamente gli altri tre ingredienti del tè alla menta sono squisitamente marocchini... Vale a dire, acqua, menta e zucchero. Detta così sembra la ricetta di un ghiacciolo. Che però in Marocco non ne ho visti. Mi avrebbe sorpreso incrociare un qualche Imam che si rinfresca con un ghiacciolo all'anice... Non mi ricordo più cosa volevo dire.
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