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On the road, Martedì 29.04.08.
In viaggio sulla strada per Fès lungo paesaggi splendidi: la stagione ci mette lo zampino, d'accordo, ma qui tutto è rigoglioso e colorato. I campi rattoppano di quadrati gialli verdi e marroni le colline, che sembrano farsi cullare dal vento. Ce ne sono alcune spinte a forza tre, qualche rilievo un po' più alto che nasce da forza sei: il paragone con le onde del mare è dovuto, la dolcezza di questi colli ricorda la quieta incoscienza di un qualche titano addormentato nelle loro profondità, Nettuno o Ade che sia.
Qualche maroso trasformato in roccia si è fossilizzato in forme slanciate verso l'alto [nell'esatto momento in cui stava per crollare nuovamente su se stesso,] e ora sembra che la terra abbia voluto spiccare il volo.
Poi arriviamo ai monti, a quella fascia evanescente che se ne restava lì, indifferente, ai bordi, fino a cinque minuti prima. Ora che li attraversiamo il paesaggio cambia un poco, sono brulli fino ad una certa altitudine, poi in cima collezionano conifere, ogni alberello ben separato dagli altri. Quando ci troviamo un po' più a Sud cominciano ad apparire le agave, che qui vengono usate come cespugli per delimitare alcuni campi. Così abbiamo visto un colle bellissimo, verde in basso e coperto di grano maturo sulla cima, tagliato in due da questa striscetta cicciosina dal colore inconfondibile.
Fiori di mirto dal profumo intenso, dice Bruna; poi piano piano, sempre più numerosi, c'investono i campi di grano, scossi dal forte vento: il loro profumo si fa persistente, resta attorno a noi come un caldo vapore, sembra di poterlo percepire con la faccia e di affondarci con la pelle. Attraverso i pori assorbiamo il manto di calore che aleggia sulla terra e nel quale c'immergiamo. Cicogne e Ibis, dice Bruna: quelle grandi non lo so, ma le piccoline mi sembravano Garzette. Per lo meno, così le chiamano dalle mie parti, nel Parco del Ticino: Egretta Garzetta. Ma si sa, Stan e io non siamo dei buoni "ornitorinchi" (Flavio ci ignora e sopporta in silenzio).
Sempre più avanti. I villaggi che attraversiamo sono dei campi nomadi composti da prefabbricati; sono caratterizzati da una striscia di asfalto che li attraversa, un filo di sabbia sopra l'asfalto, decine di persone sopra la sabbia. Sono tutti qui, sulla strada. A occhio non riesco a capire bene a quali attività siano dediti, ma qualsiasi cosa sia sembra richiedere necessariamente la presenza di una strada. Nessuno che si affacci da una finestra, chessò, o che gironzoli tra le case, sulla terra battuta: no, qualunque sia il mezzo di trasporto, carretto, scarpe, bici, mulo, è indispensabile che stia qui, sulla strada. Il resto del villaggio è completamente deserto. Sembra abbiano paura di perdere il momento in cui l'asfalto scivolerà in avanti, un giorno, e porterà via con se tutto ciò che vi sta sopra; quel che si dice una vita on the road.
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